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Scatti di scena

Non è mai troppo tardi



Alberto Manzi (Claudio Santamaria) è un ragazzo di vent’anni, quando decide di fare il maestro.
Sono i giorni concitati della ricostruzione e ognuno ha la propria ricetta per tornare a dare dignità al nostro paese. Per Alberto l’Italia si cambia cominciando dai ragazzi, educandoli a essere liberi. Ma per lui, aspirante maestro senza raccomandazioni, in quell’autunno del 1946, non ci sono cattedre disponibili. Tranne una, quella che non vuole nessuno, in una “scuola” che non è proprio una scuola: il carcere minorile di Roma “Aristide Gabelli”.
Manzi si ritrova in uno stanzone senza cattedra né banchi, davanti a novanta ragazzini, dai nove ai diciassette anni, che hanno già fatto scappare altri quattro insegnanti.
Il direttore del carcere è abituato all’altalena dei docenti, e molti di quei ragazzi li conosce da anni. Chi entra in un carcere, ci ritorna, è una delle leggi della vita. Una di quelle leggi che Alberto si rifiuta di pensare ineluttabili.
Giorno dopo giorno Alberto sfida l’ostilità dei suoi alunni e la rassegnazione del direttore. La pedagogia diventa una materia viva che si improvvisa ogni giorno. Non ha paura Manzi, di sfidare per i suoi ragazzi le regole del carcere che vietano di portare libri, penne e matite. E in questo maestro generoso e irriverente, prima senza ammetterlo, poi sempre più apertamente, i ragazzi cominciano a riconoscersi.
Al Gabelli Manzi insegna loro a leggere e a scrivere. Li convince a stamparsi un loro giornalino, si conquista la stima del direttore e strappa il suo consenso per portarseli in gita a Ostia… Sono lezioni di alfabeto ma soprattutto di fiducia, verso se stessi e verso la vita.
E i suoi ragazzi gli daranno ragione. Su novantotto alunni, solo due ritorneranno in carcere.
Poi la storia di Manzi, incontra la televisione.
È il 1960. La guerra è alle spalle, ma l’Italia è ancora un paese diviso, chiuso nei suoi dialetti, con quattro milioni di analfabeti adulti sulle spalle.
Manzi ha ormai lasciato il carcere minorile e insegna in una scuola “normale”, ma non ha perso la sua carica di uomo controcorrente. Vede intorno a sé una scuola arretrata, demotivata, inadeguata. E fa di tutto per cambiarla, lamentandosi ad alta voce, com’è sua abitudine. Più di una volta deve affrontare sospensioni e commissioni disciplinari.
Da qualche anno la Rai ha cominciato le prime trasmissioni. La sera la gente si raduna nei bar, o a casa dei vicini, per guardare i suoi programmi. Ma la Rai non è solo intrattenimento. È anche servizio pubblico. E così decide di provare a farsi carico di quella massa di adulti che sa a malapena scrivere il proprio nome.
Resta un dettaglio: per insegnare, anche in tv, ci vuole un maestro. E i maestri, si trovano nelle scuole. Sulla scrivania di tutti i direttori didattici di Roma arriva una circolare della Rai in cui si chiede di mandare maestri telegenici per fare un provino.
È così, che dopo l’ennesima lite con quel maestro dal fisico d’attore che si rifiuta di mettere i voti ai suoi ragazzi, valutandoli tutti allo stesso modo sulle pagelle con la frase: “Fa quel che può, quel che non può non fa”, la direttrice decide che forse quell’occasione di lavoro in Rai potrebbe essere una soluzione vantaggiosa per entrambi.
Alberto all’inizio è perplesso, pensa che la direttrice voglia solo liberarsi di lui. Poi l'idea di insegnare a così tante persone diventa irresistibile. Decide di accettare.
Quando lo accolgono, in Rai sono allo stremo delle forze. Il programma deve andare in onda di lì a pochi giorni e hanno già scartato un centinaio di aspiranti maestri-conduttori.
Alberto comincia il provino. E lo fa subito a modo suo. Straccia il copione, che prevedeva un’inquadratura fissa, si fa portare fogli e gessetti e improvvisa un’animata lezione sulla lettera "O". Il personale della Rai lo guarda a bocca aperta: hanno trovato il loro maestro.
Manzi continua ad insegnare a scuola la mattina e a fare il maestro in TV la sera. E così, insieme ai suoi bambini di quinta, porta alla licenza elementare anche un pezzo d’Italia.
Comincia così un’esperienza rivoluzionaria che ci verrà copiata da altri 72 paesi. In tutta Italia si creano duemila “punti d’ascolto”: nei bar, nei circoli, nelle sale municipali e parrocchiali…
Il risultato ha del miracoloso: in otto anni, un milione e mezzo di persone impara a leggere e scrivere grazie alle appassionate lezioni del maestro Manzi.

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